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Alla Juventus l’Idea è una sola: vincere. Tutto il resto è contorno. È da questo presupposto, semplice e spietato, che Luciano Spalletti è partito nel suo lavoro in bianconero. Non slogan, non rivoluzioni culturali, ma ordine, pragmatismo e rispetto di un’identità che non ammette forzature.
In attesa di capire se l’obiettivo minimo – il quarto posto – verrà centrato, il primo bilancio è già significativo: la Juve è tornata a essere una squadra seria, logica, riconoscibile. I limiti tecnici restano, e impediscono sogni di grandezza immediata, ma il lavoro di razionalizzazione delle risorse è evidente e tangibile.
Una Juve più solida e coerente
Locatelli simbolo della razionalità
Il caso più emblematico è quello di Manuel Locatelli. Mai così centrale e a suo agio, il centrocampista è diventato il perno delle connessioni di gioco, senza essere snaturato. Spalletti gli ha dato un compito chiaro e compatibile con le sue caratteristiche, e Locatelli lo sta svolgendo con continuità e intelligenza.
Il calendario ha aiutato, è vero, e non sono mancati passi falsi contro Fiorentina, Lecce e Cagliari. Ma la crescita complessiva è sotto gli occhi di tutti: la squadra tiene il campo, soffre meno, e soprattutto compete. Ed è proprio questo che i tifosi chiedevano da tempo.
Il rispetto del DNA Juve
Perché Sarri e Motta non hanno funzionato
Negli ultimi anni la Juventus si era accontentata di partecipare, tradendo il proprio motto. Con Maurizio Sarri, lo scudetto arrivò quasi per inerzia, trascinato da uno zoccolo duro che aveva già vinto tutto e mal digeriva certe imposizioni. Thiago Motta, invece, commise l’errore opposto: trattò il mondo Juve come se fosse Bologna, forzando scelte e concetti, finendo per ingarbugliarsi.
Alla Juventus, la rivoluzione culturale è sempre fallita. Qui si entra in punta di piedi, e chi pensa di stravolgere tutto nel nome dell’Idea va incontro al rigetto.
L’approccio soft di Spalletti
Spalletti lo ha capito subito, anche grazie alla spinta di Giorgio Chiellini, uomo profondamente juventino. Il suo è stato un approccio graduale, quasi didattico: nozioni diffuse a piccole dosi, senza tentativi di “lavaggio del cervello”.
Non ci sono dogmi, ma principi adattabili ai giocatori. Difesa a tre o a quattro, scelte riviste senza drammi, esperimenti fatti e corretti. Ha provato Koopmeiners come braccetto, poi lo ha messo in panchina. Ha scongelato Miretti quando serviva quel tipo di profilo. Ha esaltato McKennie. Evita azzardi: se ha David, non gioca come se avesse Osimhen.
Ha fatto di Koop prima un braccetto e poi una riserva. Ha scongelato Miretti. Ha esaltato McKennie. Evita azzardi e forzature: se ha David, non gioca come se avesse Osimhen”
Un metodo che guarda al futuro
La gestione è ferma ma serena: se Cambiaso sbaglia troppo, viene sostituito. Senza processi, senza strappi. L’armonia è evidente anche nei dettagli, come l’abbraccio immediato di Openda a David dopo il gol al Napoli. Tutto viene assorbito con naturalezza.
In questo senso, l’approccio di Spalletti ricorda quello di Marcello Lippi: valorizzare carattere, fame e identità prima ancora dei moduli. Lippi non parlò di schemi appena arrivato a Torino, ma di voglia di vincere. Spalletti fa lo stesso, mediando tra ciò che la Juve è sempre stata e ciò che potrebbe diventare.
Se la società accompagnerà il lavoro con un mercato finalmente all’altezza, allora sì: la prossima stagione potrebbe segnare il vero ritorno della Juventus. Non a partecipare. Ma a competere davvero.